libro-pastore(di Nando Silvestri) “Fuori dal Tunnel” è il titolo di un interessante testo universitario scritto dal professore Francesco Pastore, docente di Economia Politica della facoltà di Giurisprudenza della SUN a Santa Maria Capua Vetere. Il libro affronta con dovizia di particolari un argomento assai spinoso e accidentato che studenti e genitori dovrebbero conoscere scrupolosamente, quello della difficilissima transizione esistente in Italia dal mondo della scuola e della formazione universitaria a quello del lavoro. L’autore del testo in questione specifica con lucida freddezza realistica che nel Bel paese “l’istruzione è un bene a basso rendimento” per via degli elevati costi di gestione della formazione scolastica ed universitaria, controbilanciati da scarsi sbocchi occupazionali. Più precisamente, i costi della formazione scolastica non si identificano sic et simpliciter con quelli direttamente legati alla sedimentazione dell’istruzione quali spese per libri, attrezzature e tasse scolastiche. Ma si estrinsecano, piuttosto, in una moltitudine di oneri non indifferenti, quali spese di soggiorno, di acquisizione di servizi specialistici e di trasferimento a dire poco esose, anche per via di spinte speculative strutturalmente presenti nell’economia italiana.  A fronte delle elevate spese predette il mercato del lavoro offre ridotte opportunità occupazionali soprattutto per i più giovani, costretti ad assumere ruoli subalterni e gregari rispetto ai lavoratori più esperti, anche a causa della loro scarsa preparazione scolastica e dei ridotti slanci culturali mostrati.  Il libro del docente, brulicante di interessanti spunti di riflessione, offre, dunque, un’ampia panoramica delle ardue dinamiche occupazionali e formative giovanili opportunamente raffrontate al trend degli altri paesi dell’UE, notoriamente più fecondo. In vista dei predetti confronti, però, il docente Pastore non si sofferma su un interessante dato OCSE che è ricco di implicazioni e considerazioni degne di nota, sia di natura microeconomica che macroeconomica. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, difatti, l’Italia detiene un triste primato europeo di inefficienza rappresentato dal più basso rapporto fra numero di allievi e quello dei docenti, dopo quello greco. Stando ai dati dell’importante organismo internazionale, non a quelli del “Sole 24 Ore” e del “Messaggero” pretestuosamente contestati da Cobas e Cgil, nella nostra penisola ci sono poco più di 9 allievi per ogni professore. Si tratta di una cifra estremamente inferiore alla media europea: basti pensare che in Germania il rapporto in oggetto arriva a 15 allievi per ogni docente, mentre in Messico l’indice raggiunge addirittura quota 34. A prescindere dai mastodontici aggravi finanziari di oltre 400 milioni di euro l’anno che un simile maxi reclutamento di insegnanti comporta sui conti pubblici e dai succulenti bacini di consenso elettorale che una tale inarrestabile operazione comporta, è lecito approfondire ulteriormente l’argomento. Se seguitano ad aumentare a dismisura i docenti occupati nella scuola pubblica nazionale come conferma l’OCSE e continuano parallelamente ad aumentare gli studenti di ogni ordine e grado “scarsamente preparati” come spiega il dottor Pastore nel suo libro, allora è verosimile approdare a problemi di ridotta produttività/qualità della docenza. Dalla microeconomia è noto che la produttività media è il rapporto fra la produzione totale e le unità degli input impiegati. A parere di chi scrive, se a fronte di un numero di docenti (materia prima dell’istruzione) in continua ascesa, “l’output” degli studenti preparati ed opportunamente istruiti diminuisce, come denuncia giustamente il professor Pastore nella sua prolissa disamina, la produttività media di ciascun insegnante tende inevitabilmente a ridursi. Sebbene sia il frutto di un’intuizione personale di carattere generale, rigidamente  ancorata alla logica di formule somministrate da anni a discenti ed allievi, quella menzionata si configura come una valutazione plausibile, avallata peraltro da talune “Think Tank” europee ed americane. La produttività dei docenti è a torto prefigurata come un dato esogeno incontrovertibile, garantito com’è dall’oscurantismo statalista. Ma non di rado si rivela, a ragion veduta, un crisma più auspicabile che reale, in netto contrasto con il rigore dei dati. Sono soprattutto questi ultimi a denunciare una decrescente qualità percepita della scuola pubblica italiana, sempre più espressione di compromessi di ordine politico ed economico, malgrado l’istituzione degli “scatti di competenza” nella riforma della “Buona Scuola”. Ma la decrescita della “curva di produttività media” degli insegnanti italiani” è ancor più ripida per quanto concerne la docenza universitaria. Basta leggere il libro scritto da due notevoli giornalisti di noti quotidiani italiani, Carlucci e Castaldo, intitolato “Un paese di Baroni” per rendersi conto delle insanabili dicotomie che avviluppano e umiliano il sistema universitario italiano, studenti e contribuenti. Difatti, accanto a docenti e collaboratori solerti, volenterosi, preparati e disposti ad impegnarsi anche per pochi euro l’ora come i professori a contratto, esiste uno stuolo di insegnanti predisposti da sistemi gerontocratici di scelte fondate su clientele, baronati, favoritismi, rendite di posizione e parcellizzazione di interessi specifici. Secondo gli autori succitati si tratta di docenti di dubbia credibilità e scadente etica professionale, presenti in circa il 50% degli atenei italiani, una percentuale altissima. Secondo gli autori del libro suddetto i docenti “anomali” sono ben riconoscibili per i loro abusi di potere, i loro multipli coinvolgimenti in procedimenti penali e la loro crassa tracotanza sostenuta da collaboratori raffazzonati, volgari, rozzi ed incompetenti. Dal libro dei giornalisti in questione sembra emergere quasi l’identikit di questi professori rimaneggiati: guitti, sbracati, castigatori frustrati con gli occhi iniettati di sangue alla continua ricerca di consensi volti a riempie vuoti siderali di personalità. Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto i fatti documentati dagli autori predetti con rutilante profusione descrittiva nel libro precedentemente menzionato. Purtroppo lo stesso libro potrebbe rappresentare solo la punta dell’ iceberg, tenuto conto che quasi nessun testo dedicato al gap che separa la formazione scolastica dal lavoro riesce minimamente a lambire dignitose forme di autocritica volte ad attualizzare merito effettivo e produttività dei docenti italiani. Un’occhiuta manovra per lasciare intendere che scuola ed università siano fatte principalmente per chi ci lavora. Un modo come un altro per legittimare l’autoassoluzione di tutti i comparti statali in nome del keynesismo  artefatto. Una sontuosa scappatoia per intestarsi mezze “verità” a proprio uso e consumo e celare l’inettitudine amministrativa  dietro quella dei  meno fortunati studenti meridionali.