“Esercito industriale di riserva”. Fu questa l’espressione che Carl Marx utilizzò nella sua opera, “Il Capitale”, per indicare la funzione dei disoccupati nell’ambito delle dinamiche capitalistiche.In sintesi, secondo il meccanismo regolatore della domanda e  dell’offerta, una elevata disoccupazione tiene basso il costo della mano d’opera mentre, al contrario, la poca disponibilità di lavoratori ne fa aumentare il valore a scapito del profitto del capitale. Per questo motivo gli economisti liberali vedono la piena occupazione come il fumo degli occhi. Come considerano nemico giurato il cosiddetto “protezionismo”, che altro non è che il legittimo diritto di ogni nazione di difendere la propria economia minacciata dallo strapotere delle multinazionali gestite dalla finanza.

Carl Marx sostiene che per il capitale è di vitale importanza disporre di una massa di disoccupati la cui presenza sul mercato esercita una forte e costante pressione verso il basso delle condizioni di lavoro.

Un disoccupato che sente di avere poche possibilità di trovare una occupazione a causa della forte concorrenza interna e della bassa richiesta di mano d’opera è portato, per una pura questione di sopravvivenza (a meno che non è sostenuto economicamente dalla propria famiglia), ad accettare un lavoro a qualunque condizioni, anche le più sfavorevoli.

In pratica, grazie a questo esercito di riserva – una vera e propria manna per il capitale – i lavoratori sono sempre sotto scacco e viene bloccata sul nascere qualunque richieste di miglioramento salariale. Oltre ad avere a disposizione un serbatoio umano da utilizzare all’occorrenza.

Poiché, come evidenziò Henry Ford, gli operai sono anch’essi dei consumatori, è necessario bombardarli di pubblicità e stimolare sempre nuovi stili di vita che trasformino i bisogni futili in bisogni essenziali. In questo modo aumentano le vendite e crescono i profitti.

La via d’uscita, secondo Marx, sarebbe la “collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio”. Affidare allo Stato la pianificazione dell’economia nazionale attraverso il controllo della produzione e della distribuzione dei beni permetterebbe di sottrarre al perverso meccanismo della domanda e dell’offerta i lavoratori e di retribuirli secondo “i loro bisogni e le loro necessità”. Su questo concetto torneremo.

All’epoca di Marx non esisteva il fenomeno della delocalizzazione industriale e l’immigrazione aveva tutt’altre caratteristiche, pertanto non ha potuto contemplare queste due variabili nella sua lucida analisi.

Tornando ai giorni nostri, il capitalismo ha nel frattempo cambiato la forma, ma non la sostanza. Per cui le considerazioni che valevano ai tempi di Marx valgono ancora oggi.

La convenienza del capitalismo a trasferire le attività produttive nei paesi a basso costo di mano d’opera e l’incoraggiamento all’immigrazione di massa esercitato dalla sinistra (che evidentemente non ha letto il Capitale e fa il gioco del capitalismo), sostenuta in questa dalla Chiesa di Bergoglio, svolgono la medesima funzione dell’esercito di riserva di marxiana memoria.

Prima dell’avvento della globalizzazione, la singola azienda operante nel mercato interno doveva confrontarsi con la sola concorrenza nazionale, oggi, a parte le aziende che operano nei settori cosiddetti di nicchia, deve lottare soprattutto con le multinazionali che possono contare su grandi numeri di produzione a basso costo. Per non farsi estromettere dal mercato è quindi obbligata a innovare continuamente metodi e strumenti di lavoro al fini di ridurre al minimo utilizzo di mano  d’opera.

Il progresso tecnico consente oggi alle aziende di produrre lo stesso quantitativo di merci con un numero sempre minore di lavoratori salariati e con l’automazione di fare a meno dell’uomo sostituiti dalla tecnologia contribuendo, in tal modo, a mantenere alto il livello di disoccupazione.

L’avvento delle macchine (robot) è stato presentato dai neo liberisti come un salutare strumento per alleviare la fatica degli operai e per consentire loro di lavorare di meno e dedicare il tempo risparmiato allo svago e all’istruzione. Quando invece l’obiettivo, mascherato da altruismo, è quello di sostituire l’uomo con la macchina e di espellere  quanti più operai possibile dal processo produttivo.

In sostanza: la delocalizzazione delle attività produttive, l’automazione dei processi industriali e l’immigrazione di massa sono i tre elementi indispensabili per mantenere alti i livelli di disoccupazione e basse le retribuzione e scoraggiare le rivendicazioni salariali.

A ciò si aggiunge un altro importante fattore, quello della crescita: per il capitalismo è di vitale importanza mantenere alti i livelli di crescita del mercato, attraverso l’incremento illimitato dei consumi. A dispetto delle leggi della natura che pongono un limite alla crescita di qualunque essere  o cosa.

In aiuto al capitalismo, per indirizzate le persone sulla strada del consumismo, interviene involontariamente Gustav Le Bon, uno dei fondatori della “Psicologia sociale,” che con il suo libro “Psicologia delle folle” ha saputo ben interpretare il comportamento della massa, intesa come una

«grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme»

Le Bon, nella sua opera, individua i caratteri peculiari e comuni delle masse e propone le tecniche adatte per guidarle e controllarle. Nata con finalità politiche a vantaggio dei dittatori, è stata poi mutuata dagli esperti di marketing in strumento utile per affinare le tecniche di vendita dei prodotti di largo consumo.

La manipolazione delle masse avviene attraverso semplici parole d’ordine e facili concetti ripetuti con ossessione del tipo: liberi di scegliere, comode rate mensili, benessere e comodità, sicurezza, tranquillità…associate a immagini di volti felici, bambini sorridenti che corrono liberi nei prati fioriti, donne entusiaste dei nuovi prodotti che puliscono la casa in un batter d’occhio, il profumo che rende irresistibili le donne e il deodorante che ti trasforma in macho.

In sostanza, sostiene Le Bon, il moderno dittatore, in questo caso le multinazionali, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni.

L’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili, anzi impossibili sogni come “usa il prodotto x e vedrai che ti ricrescono i capelli, scompaiono le rughe e perdi peso in due settimane”, quanto far credere alla massa di consumatori di essere capace di farlo. Nella storia, aggiunge Le Bon,

«l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà»

Infatti le masse ancora oggi non seguono i ragionamenti, ma si lasciano influenzare dalla bellezza delle cose e dai miracolosi risultati propagandati.

Per spingere ulteriormente le famiglie a spendere tutto quelle che faticosamente guadagnano intervengono le banche e le finanziarie le quali, attraverso il cosiddetto credito al consumo, agevolano il consumatore (nuova definizione dell’essere umano) nella sua dissennata opera di dissipazione delle sue risorse.

Questo obiettivo viene inoltre perseguito, come detto, dalla pubblicità martellante ed è sostenuto dal precoce invecchiamento dei prodotti (vedi computer e cellulari) e dalle mode che impongono di aggiornare continuamente il guardaroba o dalle offerte a basso costo che poi riempiono i cassonetti dei rifiuti.

Per sostenere l’aumento dei consumi è però necessario incrementare la produzione e, nonostante la meccanizzazione dei cicli produttivi, attingere a nuova mano d’opera. Anche per sostituire i lavoratori prossimi alla pensione.

Il rischio paventato dal capitale – se il livello di disoccupazione dovesse abbassarsi oltre la soglia di guardia – è quello di dover offrire migliori condizioni di lavoro ai nuovi assunti, con il conseguente effetto domino su l’intera classe lavoratrice. Ecco all’ora scendere in campo il secondo esercito di riserva rappresentato dai nuovi proletari: gli immigrati, non a caso definiti una risorsa.

Gli immigrati svolgono, loro malgrado, la funzione di mantenimento dell’alto livello di disoccupazione sostituendosi ai lavoratori italiani, divenuti nel frattempo, non più “competitivi”, soprattutto nelle mansioni a prevalenza manuale. Non a caso:

l’occupazione cresce, ma la disoccupazione non diminuisce, e se diminuisce ciò avviene in misura minore rispetto all’incremento dell’occupazione

Tralasciamo poi gli aspetti collaterali, come l’insorgenza di sentimenti xenofobi, estranei alla nostra cultura, causati dalla gestione pasticciona e ideologica della cosiddetta accoglienza da parte dei governi e dell’interesse economico che ne deriva.

Che fare?

Direbbe Lenin. La risposta è uscire dalle perverse logiche del capitalismo e riportare il lavoro nella sua dimensione umana e rivalutarlo nella sua valenza sociale.

Marx ci è stato di grande aiuto per comprendere il capitalismo. Adesso tocca a noi superarlo.