logo-banca( Nando Silvestri)  Tra tasso di interesse e reddito nazionale (valore della ricchezza prodotta) esiste un rapporto molto stretto. La riduzione del tasso incoraggia gli investimenti, unitamente all’innalzamento delle aspettative e dell’animal spirit in una visione più completa degli investimenti stessi riferibile sia alle teorie macroeconomiche keynesiane che a quelle della sintesi neoclassica. L’incremento degli investimenti (acquisto di beni strumentali, ovvero, beni utili a realizzare altri beni) rende possibile produrre altri prodotti e servizi e consente, al tempo stesso, di innalzare la domanda di chi li produce attraverso il meccanismo del “moltiplicatore”. In un’ottica tipicamente deflazionistica caratterizzata dall’eccesso di offerta sulla domanda globale e  dalla scarsa circolazione monetaria i prezzi calano nella speranza che la spesa complessiva possa aumentare prima o poi. E’ auspicabile che la crescita economica sia accompagnata da un tasso di inflazione che si aggiri intorno al 2% annuo: in tale contesto, l’inflazione detta “strisciante” (non patologica) rivela un approssimativo indicatore della ricchezza e della crescita stessa di un paese. A fronte di una deflazione cronica o persistente,  caratterizzata da un’austerità imperante, definita “Stagnazione Secolare” dall’economista americano Larry Summers, potrebbe rivelarsi utile una politica monetaria espansiva fondata, nel caso della BCE, sull’abbassamento del tasso di interesse (la Fed Americana interviene direttamente sullo stock di moneta mentre la Banca Centrale Cinese interviene sul tasso di riserva obbligatoria). La predetta riduzione è in grado di rimettere in moto l’economia ed incrementare gli investimenti sulla scia della sequenza sopra descritta: aumento della domanda effettiva. Se i predetti tentativi non sortiscono effetti apprezzabili, la Banca Centrale può optare per politiche monetarie “non convenzionali” come il QE ed il tasso di interesse negativo: due manovre espansive sui generis, finalizzate alla creazione di nuova base monetaria. Il Quantitative Easing o allentamento monetario è fondato sull’immissione di grosse dosi di liquidità mediata dall’operato delle banche commerciali, essendo vietata dal Trattato di Maastricht la monetizzazione del debito pubblico da parte della Banca Centrale. Il QE è una misura di politica monetaria non convenzionale che è stata recentemente supportata dalla Banca Centrale grazie all’acquisto di grosse moli di titoli di Stato. L’abbassamento del tasso di interesse a valori negativi potrebbe configurarsi come una sorta di esasperazione della politica monetaria espansiva predetta in vista di tentativi più energici e consistenti (ancora in atto) volti ad innalzare l’inflazione e scongiurare il pericolo deflazionistico (purtroppo attuale). Ma cosa si intende per tasso negativo? Se le banche commerciali detengono i propri asset presso la Banca Centrale ad un tasso negativo vuol dire che tali impieghi non vengono remunerati ma, piuttosto, deteriorati alla stregua di una tassazione sui depositi. Dunque, le banche commerciali vengono in tal modo spronate ad impiegare denaro alternativamente in prestiti rivolti alla creazione d’imprese, sottoscrizioni di azioni od obbligazioni, per la gioia dei mercati. Anche se il tasso di interesse negativo rappresenta una manovra non convenzionale di politica monetaria capace di smuovere l’economia, almeno parzialmente, non è certamente gestibile ad oltranza nel lungo periodo. Un tasso negativo, difatti, indica un ridotto valore della valuta, la quale viene in tal guisa indirettamente svalutata. La svalutazione, pur aumentando la competitività delle merci esportate, riduce le importazioni e provoca una emorragia di denaro verso l’estero. In altri termini, se la deflazione rallenta i consumi procrastinandoli in vista di prezzi futuri sempre più bassi, a scapito di produzione ed occupazione, i tassi di interesse negativi non sono certo una panacea tenuto conto che preconizzano scenari a dir poco destabilizzanti. Difatti esistono almeno due importanti conseguenze degenerative legate alla conservazione di tassi di interesse negativi. Da una parte l’iniezione di enormi quantità di moneta ingenera una specie di effetto ricchezza che incoraggia la formazione di grosse bolle speculative; dall’altra obbliga i sistemi economici a dipendere sempre di più dalle grosse immissioni monetarie sospinte dalle banche centrali. E’ come se delle donne attempate fossero costrette ad indossare sempre un trucco pesante per non farsi riconoscere. Inoltre, i tassi nulli e negativi fanno perdere ai mercati la capacità di indirizzare i paesi a massa debitoria maggiore. In pratica, il tasso nullo o negativo incoraggerebbe paesi insolventi come l’Italia a concedere sgravi fiscali e strumenti di sostegno alla domanda aggregata (bonus ecc.) nonostante la permanenza di un debito pubblico in continua ascesa (e disoccupazione giovanile esponenziale): le conseguenze di tali orientamenti potrebbero rivelarsi a dir poco funeste. In definitiva, senza il supporto delle mastodontiche iniezioni di liquidità da parte della BCE, l’intero sistema rischia di collassare pregiudicando la stessa stabilità della moneta europea.  Le banche centrali sono sorte con l’obiettivo di porre un freno alla strumentalizzazione dell’economia e della finanza da parte di quei governi attratti dalla tentazione di utilizzare l’inflazione e la politica monetaria come una leva di supporto elettorale (Curva di Phillips) a svantaggio della stabilità economica. Tuttavia non è detto che il ricambio di strategie attuato produca gli effetti sperati. Se il meccanismo del tasso negativo si trasla anche sui depositi di risparmiatori e correntisti come sta già in parte accadendo, si rischia il definitivo tesoreggiamento delle risorse monetarie liquide. E’ appena il caso di rammentare che gli eccessi di politica monetaria espansiva sollecitati dalla grave condizione debitoria della Germania, sopraggiunta subito dopo il primo dopoguerra ed esasperata dall’intransigenza di Francia ed Inghilterra (contrarie alla concessione di sgravi e dilazioni), ha sortito conseguenze assolutamente catastrofiche (Seconda Guerra Mondiale)