(di Nando Silvestri) I testi universitari e i mezzi di informazione convenzionale parlano fugacemente dell’inflazione, sviluppandone solo alcuni aspetti tradizionali quali, l’eccesso di domanda globale (inflazione da domanda), l’aumento dei costi delle materie prime (inflazione da costi e inflazione “importata”) ed i legami immodificabili (inflazione strutturale). In ogni caso la distorsione finanziaria in oggetto si palesa con l’aumento generalizzato dei prezzi contemplato, peraltro, anche nella teoria monetarista, secondo la quale un eccesso di moneta in circolo genera un depauperamento del potere di acquisto della moneta stessa. La coesistenza di inflazione e disoccupazione produce, invece, la cosiddetta stagflazione, ovvero un mix dirompente che induce stagnazione ed arretratezza. Del resto, un livello minimo di inflazione (2,5% circa) è sempre compatibile con un incremento della ricchezza nazionale: i prezzi non possono che aumentare di fronte ad un innalzamento del reddito nazionale (inflazione strisciante). Da poco più di un decennio è invece stato coniato il termine “agflazione”, ovvero l’incremento dei prezzi indotto da commodities, materie prime e fattori provenienti dal settore agricolo. Ma l’accezione dell’inflazione più insidiosa, a parere di chi scrive, è quella da strumenti finanziari, detta anche asset inflation. Si tratta di una sorta di “inflazione nascosta”, poco percettibile e non sempre facilmente distinguibile a valle del sistema economico. Essa, in definitiva, è riconducibile alle esondazioni dei prezzi (corso) di titoli ed azioni. Il veicolo di trasmissione del suindicato concetto di inflazione è rappresentato presumibilmente dalle banche che, invece di trasferire all’economia reale le proprie risorse, le traslano alla finanza, acquistando una mole di strumenti finanziari di tutte le forme e partecipazioni privilegiate in ampi progetti finanziari ad elevato potenziale remunerativo. Non certamente così redditizio per le imprese che, invece, restano praticamente a digiuno di fidi e finanziamenti per i propri programmi di assunzione, ampliamento, investimento e produzione.  Lo stesso acquisto di titoli di Stato mediato dalle banche commerciali attraverso il credito della Banca Centrale Europea e quello interbancario funge da presidio di garanzia per le scorribande delle stesse banche all’interno di transazioni, compravendite di titoli ed assets. Non è un caso che il primo consiglio elargito ai correntisti sia sempre quello di trasferire la propria liquidità in fondi, obbligazioni e titoli emessi dalla stessa banca più che in soluzioni di deposito, rifilando alla clientela una consulenze dagli oneri a dire poco iperbolici, per questo definita “evoluta”. Evoluta in cosa se non nell’intento di immagazzinare denaro destinato alla capitalizzazione delle proprie rendite? Nulla accade per caso. Quanto precisato potrebbe spiegare il tornaconto delle famigerate agenzie di rating che declassano i conti dei paesi in difficoltà allo scopo di evitare che il deprezzamento dei loro titoli del debito pubblico scalfisca in qualche modo la ricchezza che le banche hanno totalizzato accumulandone quantità siderali nei propri forzieri. Si tratta in buona sostanza delle stesse agenzie di rating che qualche tempo fa accreditavano presso i risparmiatori titoli e conti di aziende e banche  successivamente fallite, o salvate dallo Stato, decantando solidità immaginifiche collocate a metà strada fra panzane e deliri. Difatti,  le banche preferiscono andare sul sicuro detenendo strumenti finanziari comunque rivendibili sul mercato secondario e, per questo, sono disposte ad acquistare anche titoli di Stato a rendimento negativo, tenuto conto del loro solidissimo valore di scambio. Un governo che rivendica sovranità sulla propria economia o su parte di essa si configura, di fatto, come una insidiosa mina vagante in grado di imporre una marchiana ipoteca sugli affari delle banche e sul valore dei titoli di Stato che esse fagocitano voracemente. L’UE, fondamentalmente basata su crismi di mercantilismo spiccatamente liberista, avalla le dinamiche succitate minacciando gli stati con sforamento del deficit mediante procedure d’infrazione e sanzione volte a consolidare e preservare lo status quo. Spesso i titoli di Stato custoditi dalle banche evidenziano supporti di riserva e di garanzia, in forza dei quali gli istituti di credito riescono ad acquistare strumenti finanziari ad alto rendimento, i cui incrementi di prezzo ingaggiano ghiotte spinte speculative (lucro derivante dalla differenza fra prezzi di acquisto e di vendita dei titoli) e tangibili motivi di “asset inflation”.  Quest’ultima è stata verosimilmente implementata dalle recenti politiche monetarie espansive, spronando i ricchi a fare incetta di ulteriore opulenza accaparrandosi risorse sottratte in buona sostanza all’economia reale, alle imprese, ai consumatori ed alle generazioni dotate di scarse capacità (propensione) di risparmio. E’ difficile immaginare che gli effetti dell’inflazione da strumenti finanziari (asset inflation) non si riverberino prima o poi anche su buona parte dei prezzi al consumo di beni e servizi. Il risultato di una simile estensione potrebbe essere uno scenario caratterizzato da caotici profili monetari che drenano ad imprese ed attività produttive ulteriori mezzi e fondi utili all’acquisto di beni di capitale (investimenti) per destinarli alla famelica acquisizione di rendite, azioni e dividendi. Insomma, della macroeconomia studiata nelle università fondata sul ruolo basale delle banche nell’attivazione delle attività imprenditoriali e dei meccanismi di equilibrio reale sottesi all’uguaglianza fra risparmi ed investimenti è rimasto ben poco. Ancora meno si approfondiscono le disfunzioni finanziarie predette, subordinando in qualche modo la conoscenza della realtà empirica a formule asettiche, capricci accademici e mezze verità studiate dalla committenza.