nando-silvestri (di Nando Silvestri)  Inizio d’anno travagliato e  turbolento per le borse di tutta Europa e di buona parte del globo: i mercati finanziari rivelano un clima d’incertezza che molto probabilmente si  protrarrà a lungo. Abituiamoci, dunque, all’insicurezza che sembra, almeno per ora, una costante presente in tutte le economie, specie in quelle più fragili come la nostra. Cosa sta accadendo?
In definitiva stanno venendo meno tre megalitiche costanti che accompagnano i sistemi economici sin dalla crisi scoppiata nel 2008, quella del credito interbancario, per intenderci ( detta del credit crunch). La prima è la profusione di enormi quantità di liquidità e delle migliaia di miliardi immesse in circolazione per effetto delle politiche monetarie espansive protese all’ossigenazione dell’economia, asfissiata dalle incertezze pregresse e dalle sofferenze bancarie. Si assiste, infatti, ad una vera e propria inversione di tendenza che suscita non poche perplessità e preoccupazioni diffuse. La Federal Reserve, la banca centrale americana, sulla base di rassicuranti livelli produttivi ed occupazionali ha iniziato un vistoso cambiamento articolato attraverso rialzi del tasso di interesse e politiche monetarie restrittive. Anche in Europa si aprono nuovi scenari in vista di una massiccia riduzione della quantità di moneta immessa in circolazione  dalla BCE riconducibile alla fine del QE (Quantitative Easing: vedi articolo precedente) dello scorso dicembre, la manovra di espansione monetaria di tipo non convenzionale. I tassi di interesse negativi, del resto, non possono protrarsi ad libitum: la curva della liquidità monetaria LM (parallela alle ascisse), è scesa fin troppo nel quadrante negativo: ciò implica un problema di credibilità finanziaria da affrontare prima o poi. Basti ricordare che lo stesso J.M. Keynes (Teoria Generale) aveva più volte espresso profondi toni di scetticismo proprio rispetto alla utilità della politica monetaria, soprattutto per quanto concerne la reattività degli agenti economici e dei mercati, piuttosto aleatoria.
Il secondo pilastro sul quale si è sostenuta l’economia sinora e che attualmente preconizza elementi di sgretolamento e autofagocitazione è la politica adottata dai singoli stati: dapprima accomodante e stabilizzante, successivamente ondivaga ed altalenante. Basti pensare alla Brexit, la cui procedura di andamento  è ancora distante da profili rassicuranti per l’intera UE. Difatti, non è ancora chiaro il meccanismo di uscita dall’Unione della Gran Bretagna e neppure il suo effettivo verificarsi: gli effetti di una uscita eventuale sulle politiche comunitarie e su quelle adottate di riflesso dai singoli stati non costituiscono scenari agilmente vaticinabili. Neppure la scadenza del mandato di Mario Draghi a capo della Banca Centrale Europea, prevista per l’anno in corso delinea prospettive stabili per il Bel paese, in pieno marasma da politiche contraddittorie e di affondo sulla spesa corrente (reddito di cittadinanza e quota cento).

Il terzo ed ultimo baluardo della stabilità economica attualmente in caduta libera come i due precedentemente argomentati è la crescita economica che, dalla seconda metà del 2017 sembra subire una drastica battuta d’arresto in tutto il mondo, pur avendo affiancato l’economia dei maggiori paesi, sin dal 2012-

A parere di chi scrive, andrebbero aggiunti ulteriori elementi di riflessione che non migliorano certo la posizione dell’Italia in relazione al suo cronico scadimento di fronte a possibili shock esterni. Come asseriva l’economista Robert Mundell, le conseguenze di uno shock esterno sulle aree monetarie comuni sono sicuramente più insidiose e dirompenti per i paesi con curve di costo più alte, come l’Italia. Il nostro paese, è il caso di rammentarlo, boccheggia per il suo basso livello di produttività, soprattutto per quanto afferisce alla Pubblica Amministrazione e alla formazione, un binomio che innalza notevolmente spese ed oneri. A questo deficit cronico incardinato su componenti di parassitismo istituzionale diffuso che costano all’economia ed ai contribuenti conti sempre più salati, va aggiunto, infine, il pasticcio del governo giallo verde che, nell’ultima manovra, penalizza imprese e lavoratori dipendenti apponendo una pesante ipoteca su consumi ed  investimenti. Si tratta, in realtà, di una manovra i cui contenuti necessitano di ben 161 decreti di attuazione affinchè diventino operativi, molti dei quali dedicati al famigerato reddito di cittadinanza, la cui uniche certezze sembrano essere sommarietà e approssimazione.