(di Nando Silvestri) La “Guerra di Attrito” è un paradigma di scelte strategiche che consente ai contendenti di una gara di giungere ad un determinato equilibrio compatibilmente con la tutela dei propri interessi particolari. Si evince agevolmente che si tratta di una strategia riconducibile alla Teoria dei Giochi elaborata dal matematico John Nash.. La “Guerra di Attrito” è un modello di aggressione dove due giocatori competono per accaparrarsi una risorsa di un certo valore. Vince chi persiste nel gioco più a lungo possibile, pagando un costo proporzionale alla durata dello stesso. Dal punto di vista strategico, il gioco equivale a un’asta a busta chiusa, dove il prezzo offerto dai partecipanti corrisponde al tempo che sono disposti a spendere nella guerra di attrito. Il premio è assegnato all’offerta più elevata. L’equilibrio di Nash di questo gioco è caratterizzato dalle seguenti strategie: un giocatore fa un’offerta nulla; l’altro offre un ammontare pari o superiore al valore della risorsa in palio. In questo caso, nessuno dei due giocatori è incentivato a cambiare la propria strategia. La politica economica è marcatamente influenzata dal meccanismo suddetto.

Da un punto di vista strettamente prudenziale si dovrebbe protendere per una politica economica (intervento statale) assai moderata vista la sua inefficienza reale e potenziale. Difatti, gli strumenti di politica economica sono quasi sempre di dubbia efficacia o utilizzati dalla classe dirigente a proprio uso e consumo (motivi politici). Ma l’elemento che affievolisce definitivamente la prospettiva di poter ricorrere alla politica economica in maniera radicale è rappresentato dalle aspettative. Ciò significa che gli strumenti di politica economica potrebbero rivelarsi inutili soprattutto se i mercati e gli agenti economici proiettano aspettative future tali da riuscire ad anticipare le manovre di politica economica stessa, ridimensionandone così la portata con il proprio comportamento. Invece di ostinarsi a raggiungere determinati obiettivi prefissati rigidamente, la politica economica può essere considerata come un “gioco” tra il governo e l’economia.

Piuttosto che utilizzare la teoria del controllo ottimo, la “teoria dei giochi” permette di analizzare la politica economica attraverso l’interazione strategica tra i giocatori. Ad esempio, si può tenere presente che la BCE possa in qualche modo adottare un comportamento di leggera deviazione dalle linee programmatiche annunciate, una volta che i giocatori (i mercati e gli agenti economici che formulano aspettative) hanno mosso le loro scelte. Un’altra scelta strategica potrebbe essere quella di allungare il mandato del governatore della BCE o sceglierne uno che predilige determinati obiettivi come riduzione dell’inflazione /disoccupazione. Siccome l’elettorato non possiede visioni economiche di lungo periodo, è portato ad accontentarsi di successi e soddisfazioni transitorie nel breve periodo. Questo fattore potrebbe incitare gli attori di politica economica (policy makers) a premere sull’acceleratore del disavanzo di spesa, onde trarne mezzi utili al soddisfacimento di interessi particolari, sostanzialmente legati al conseguimento del tornaconto elettorale. La forza politica in questione si spingerà sempre oltre, sino a raggiungere un limite massimo invalicabile di spesa pubblica. Solo allora potrà eventualmente rinunziare al proprio obiettivo invertendo la rotta delle iniziative già intraprese esclusivamente a proprio favore. I comportamenti precedentemente menzionati appartengono ad un percorso strategico che gli studiosi chiamano “Guerra di Attrito”. Le lunghe trattative della Grecia con il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea e la BCE per rinegoiare un prestito scaduto di 1,6 miliardi di euro non onorato, peraltro già riconducibile ad una situazione di default, costituisce un esempio delle strategie summenzionate.