Caro Michele,

quanto dolore sociale nel tuo libro!, narrato dalla parte dei traditi, di chi sa che Fetonte cadde, fulminato dal liberalcapitalismo dei poteri forti, che tanto temono i sudditi disobbedienti, gli uomini portatori di luce, da commissariarli,trasferirli, condannarli all’isolamento, al silenzio. Niente di più buio che la morte per eroina del giovane Massimo, insieme al suo tremendo testamento: “Auguro felicità anche a quanti non mi hanno aiutato”.

Niente di più buio di quei bambini handicappati visti strisciare tra gli escrementi. Buia la prostituzione, la corruzione del clero, la rapina del corpo e dell’anima, la rapinosa violenza esercitata sulla terra e sull’acqua, dalla speculazione edilizia fino al degrado del litorale.

Buia la chiusura delle sezioni di un partito d’opposizione (e qui Destra e Sinistra si toccano e si disintegrano) che avrebbe potuto, se lo avesse voluto, intendere e praticare la politica come servizio sociale, mutuo soccorso, risposta

alle tristi storie della gente, con quella “instancabile cura” per il mondo raccomandata da Oswald Spengler.

Quale spaccato sociale nel tuo libro!, di cronache e riflessioni su una Terra pur nata “felix”, andata così intristendo, per le sue imperdonabili scelte politiche: la manipolazione del diritto e la svalutazione dell’etica hanno formato e perfezionato, nel corso dei decenni, un popolo (la “bestia varia e grossa” di Tommaso Campanella) truffaldino, voltagabbana, invertebrato.

Dove vanno i manovali della delinquenza con tanto di porto d’armi assicurato?, le truppe dei cacciatori e pescatori amici dell’assessore?, i manipoli di camici bianchi al seguito dell’impettito primario specialista in scoliosi e fratello

del deputato di turno?, e le legioni di improvvisati fisioterapisti?, di sedicenti ascensoristi?, di finti giardinieri?

Quando la logica clientelare, la pratica delle arroganti lottizzazioni, il rito del concorso truccato, l’aspirazione personale alle colossali fortune, la consuetudine politica dell’approvazione delle delibere d’interesse privato, finiranno di violare i luoghi sacri collettivi?

Un ospedale, una scuola, una piscina, un campo arato, una sala consiliare, sono luoghi sacri perché collettivi, attraversati dalla civiltà prodotta da milioni di uomini, da una ricchezza pubblica che non deve lasciarsi fagocitare dall’affarismo privato, non può offrirsi sul mercato al migliore offerente. Una profezia, pesante come piombo, incombe sul libro dei difficili sentieri: “Amministreranno nuovi ceti emergenti in virtù del potere economico delinquenzialmente acquisìto”.

Una musica disincantata fa da sottofondo alla lettura: “L’onestà è lodata da tutti, ma sempre, immancabilmente, muore di freddo”.

E mentre vorresti ripararti nel tepore di un sogno di felicità, interviene ancora una volta il freddo a inchiodarti alla solita vita quotidiana: “Le idee più nobili, comunque, camminano con le scarpe degli uomini”.

E le scarpe sono bucate, il cammino è pieno d’inciampi, il traguardo nemmeno si vede, s’indovina a stento. Si accumulano le delusioni dell’uomo che ha combattuto col coraggio dell’innocenza, di chi dopo aver lottato per un mondo migliore ora prende coscienza di aver, irrimediabilmente, perduto. Ma quell’uomo, pur vinto, si porta dentro l’ultima riserva vincente: è una energia spirituale, di chi si considera dentro, proprio intus, nella sua interiorità, in pace con l’anima sua, per dire in armonia con l’universo.

E non c’è parola più bella della “considerazione”, che dal latino di Seneca si traduce nel nostro “star bene con le stelle”.

Ho cercato quell’uomo al bivio tra la realtà e l’utopia: la realtà che obbliga ad indossare abiti stretti che poi col tempo si adattano comodamente al corpo; la realtà che non esclude il seme delle utopie da cui prende vita la speranza del domani.

Ho trovato quell’uomo al cimitero di Caserta in compagnia d’un piccolo cane e mi sono detto che la vita non può finire sepolta da un’inanimata lastradi marmo, essa ancora cammina sulle zampe di Ric ignaro dell’incattivimento sociale.
L’uomo e il cane, il risveglio al guinzaglio.