(Michele Falcone) In Gentile una cosa è certa: fu l’idea di un’«Italia morale, con una reale ed energica coscienza nazionale» la bussola che orientò l’esistenza di Giovanni Gentile. Una convinzione profonda, maturata ben prima dell’avvento del Regime e sul cui altare il filosofo consacrò vita e azione.  prima del fascismo era professore di filosofia a Campobasso (1897) e Napoli (1900), apprezzato docente universitario a Palermo (1906) dove i giovani lo amavano e «si affollavano alle sue lezioni». Negli anni della Grande Guerra insegnò negli Atenei di Pisa e Roma forte dei titoli che vantava come filosofo e storico che lo avevano fatto conoscere anche oltre i confini italici.
Va detto che il rapporto col Regime divenne prima stretto e poi strettissimo, ma bisogna fare alcune precisazioni che paiono opportune.
Per l’efficacia delle sue idee e l’efficienza nel sostenerle Gentile non ebbe bisogno dei favori del Pnf per “fare carriera”. Anzi, sul piano culturale il saldo complessivo è negativo visto che fu molto più ciò che diede lui al fascismo di quanto ne ricevette: «negli anni tra il ’22 e il ’29 la cultura gentiliana ha assicurato la continuità tra il fascismo e la vecchia tradizione della consacrazione hegeliana del liberalismo risorgimentale: continuità di cui il fascismo aveva bisogno per inserirsi nella classe dirigente furono l’attualismo e la sua prospettiva sulla storia del Risorgimento a permettere al fascismo quell’inserimento nella tradizione, senza la quale nessuna linea politica può resistere.
Una “tradizione” intesa come la forza e il fondamento morale di una coscienza nazionale, non più, dunque nel senso riduttivo di un passato glorioso ma tramontato: traditio come vivo presente, operante nell’attualità dello spirito consapevole di sé, della sua forza, del suo destino. Per Gentile l’Italia non avrebbe più dovuto essere quella espressione geografica divisa ed asservita allo straniero, ma una nazione mossa da una forza che si proietta nell’avvenire, che assurge a progetto, a missione: il tentativo di formare la Nazione intesa come «autocoscienza del popolo italiano, come consapevolezza della sua unità, della sua vera natura, del suo destino».
Per un siffatto desiderio di concretezza Gentile fu condiviso da Gioacchino Volpe, Benedetto Croce, Carmelo Licitra e Giuseppe Lombardo Radice , lo stesso Adolfo Omodeo così dichiarava: «Riprendere la tradizione liberale del nostro Risorgimento, smarritasi nell’evoluzione democratica dell’ultimo cinquantennio, e dando pieno sviluppo ai suoi presupposti idealistici, inserirsi fattivamente nel presente problema politico d’Italia. In sostanza non una pigra affermazione di tutte le libertà sino al suicidio della libertà, ma la libertà come metodo perenne di politica».
Nell’idea gentiliana della Storia il fascismo rappresentava un’occasione irripetibile, un evento in grado di rappresentare «il compimento ultimo e definitivo del grande moto risorgimentale, l’unico possibile inveramento del liberalismo e quindi la logica conclusione di tutta la storia nazionale». Per questo si convinse del fatto che solo il fascismo avrebbe potuto costruire «lo Stato degli italiani perché il fascismo era l’Italia, era anzi la migliore espressione degli italiani», l’unica in grado di superare «la cultura giacobina, materialista, massonica di derivazione razionalista-illuminista e promuovere invece la formazione di un carattere nazionale consapevole della propria missione e conseguenza di un libero volere etico. Lo Stato non avrebbe dovuto essere opera di machiavelliana astuzia, ma istituzione legittimata dall’esistenza della Nazione e, contro ogni riduzione materialistica, espressione dell’iniziativa dell’uomo, della sua forza di volontà, del suo impegno etico. Non era forse questa la profezia a cui avevano consacrato la propria vita Gioberti, Mazzini e tanti altri e che non s’era realizzata né con la conquista di Roma né con la vittoria di Vittorio Veneto».

Al Regime Gentile arrivò coerentemente da critico severo, si mosse dal disordine edificato dal sistema giolittiano e dalla sua «naturale conversione del liberalismo in democrazia demagogica», e di quella del «governo della borghesia» trasformatosi in «governo degli affaristi». Il rigetto di tale deriva da parte di Gentile era netto: era inaccettabile ai suoi occhi il governo di basso profilo inaugurato da Giolitti che aveva ridotto la politica in «routine amministrativa, a tattica di mediazione per la mediazione tra particolari interessi di ceto, di categoria, di consorteria, dalla quale restavano esclusi comparti fondamentali della vita nazionale».

Per Gentile, dopo il grigio decennio giolittiano, era necessario tornare nel solco della memoria nazionale, ai momenti più nobili della grande politica, agli ideali risorgimentali, insomma, realizzare uno Stato forte che solo e l’incontro tra liberalismo e fascismo poteva garantire portando «un senso di misura e di determinatezza politica, cioè di concretezza sociale e storica nello sviluppo etico-religioso dell’individuo».
Era quindi necessario dare forza e credibilità a quella «specie di aristocrazia intellettuale anelante a più alta moralità pubblica, a più nette disposizioni ideali, a più fecondi contrasti, a più energici atteggiamenti di politica estera, rispondenti alle cresciute energie e possibilità del paese». Un ’élite che Gentile individuava nella corrente minoritaria nel liberalismo risorgimentale a differenza di quanto accadde proprio nell’Italia giolittiana, «lungo periodo della democrazia a caratteri sociologici più che politici» rappresentando – e al contempo determinando – «una decadenza nello sviluppo della vita nazionale».
Gentile non ebbe bisogno dell’appoggio del regime per ricoprire cariche alle quali il suo spessore lo avrebbe certamente portato. Tra l’altro, fu Croce a suggerire al Duce di inserire Gentile nell’esecutivo: l’unica scelta consona per superare l’immobilismo parlamentare sulla scuola e incassando anche il plauso dei Popolari e di illustri intellettuali come Fortunato Pintor, felicemente colpito dal fatto che finalmente: «un capo di governo» avesse mostrato dopo la mala gestione giolittiana «di sapere mettere gli uomini al loro posto].
Una volta ai vertici della vita culturale nazionale Gentile si tenne ben lontano dalla gestione clientelistica delle cattedre universitarie e delle logiche territoriali, clientelari e campanilistiche di quanti consideravano i centri di potere «patrimonio di famiglia da amministrarsi secondo i criteri del maggior tornaconto personale».
La coerenza di Gentile è rinvenibile proprio in questo: fedeltà alla tradizione che aveva fatto l’Italia, al sentimento della serietà religiosa della vita in cui egli aveva trovato il più nobile insegnamento dei profeti del Risorgimento – Dante, Mazzini, Gioberti su tutti –, la fedeltà, insomma, «al proprio passato di uomo, di educatore, di pensatore». Al contempo, oltre alla fede, la convinzione che, in caso contrario, l’Italia avrebbe vissuto un drammatico deja vu della disfatta di Caporetto: o sarebbe stata «destinata a morire per effetto d’una disfatta militare» o a sopravvivere in «un’accozzaglia di uomini, senza disciplina di sorta». 

Purtroppo, è noto, accadranno entrambe le cose.