(di Nando Silvestri)

nando silvestri

Tenuto conto che accademici blasonati ed oratori della domenica intonano spesso il mantra del keynesismo ad oltranza (intervento dello Stato nell’economia) a proprio uso e consumo, vale la pena chiarire taluni sottaciuti concetti chiave del pensiero keynesiano, provando ad abbattere luoghi comuni e deludenti pantomime universitarie dalla fattura  tipicamente opaca.

Keynes, attore di politica economica inglese della prima metà del Novecento ed insigne economista, affermava anzitutto che “di fronte agli stupidi pure gli dei sono impotenti”. Molto probabilmente l’impotenza divina potrebbe scaturire anche  dal vano tentativo di indurre finti sciamani, profeti e psicopompi a desistere dall’illusorio delirio di intestarsi “Verità” artefatte, confezionate ad hoc per lustrare cattedre impolverate. A proposito di “verità” poco attendibili viene in mente un video che osanna “La Verità Sulla Spesa Pubblica” postato sul portale Youtube e linkato a pagine web contenenti  tracce di “economia e politica”. Si tratta di un filmato recante sequenze di marchiane inesattezze concettuali, riconducibili a siderali dimensioni di genericità che disorientano non poco studenti e profani. Il video succitato, difatti, lascia intendere che, per Keynes, un indefinito aumento di “G” (Spesa Pubblica) nella domanda aggregata induce un automatico meccanismo di aggiustamento in condizioni di sottoccupazione, qualunque sia la consistenza, della Spesa Pubblica stessa: poco male se scarsa o assente. Per quanto possa risultare algebricamente verosimile, l’affermazione non collima fedelmente con l’indole di Keynes, nota per l’insaziabile senso di responsabilità nei confronti dell’interesse collettivo. A tale proposito Keynes sosteneva che le decisioni economiche spettano ad un piccolo gruppo di “saggi illuminati”, non a gente che spende il denaro pubblico alla carlona, pur di incentivare consumi e reddito nazionale sulla carta. Vale la pena ricordare che, secondo Keynes, il policy maker, ovvero l’attore di politica economica, deve essere puntuale e pignolo come un medico che fornisce “la cura” appropriata, ricusando in ogni modo, le seduzioni offerte da finti guaritori, strilloni di (mezze)  “verità”  e i loro “compagni” che scodinzolano dalle insipide piattaforme della rete. Ma chi può realisticamente soppesare  lo spessore etico e la diligenza effettiva dei governanti rivendicata da Keynes, se essi vengono designati attraverso la democrazia e le sue turpi contraddizioni? A  proposito di democrazia, c’è chi la ritiene un untuoso stratagemma per finanziare i prestatori di denaro come Ezra Pound e chi, come Pirandello, la ritiene una forma di tirannia mascherata da libertà sulla linea di Platone. Senza contare che i meccanismi di voto fondati sulle preferenze di maggioranza favoriscono, secondo noti esponenti della dottrina economica, soltanto gli interessi dell’elettorato “mediano”. In definitiva, si tratta di interessi impossibili da conciliare con i bisogni collettivi, secondo le logiche argomentazioni del Premio Nobel K. Arrow.

Keynes, inoltre, sapeva benissimo che alimentare la spesa pubblica per avvicinare il sistema economico alla “piena occupazione” comportava l’inevitabile produzione di disavanzo. Un deficit che può essere finanziato con il debito pubblico, oppure attraverso la creazione di nuova moneta. Va osservato che tanto Keynes, quanto i suoi seguaci, non hanno mai attivamente distinto le due dannose soluzioni predette, favorendo un ginepraio di ambigue commistioni fra di esse (parole dell’economista James Buchanan). Non a caso, il debito pubblico perenne, specie se stellare come quello italiano, ingenera un problema intergenerazionale di risorse monetarie. Ciò significa che il cumulo del debito pubblico e dei relativi interessi da corrispondere crea un’incognita monolitica in termini di risorse economiche e finanziarie, traslata inevitabilmente alle generazioni future. Al medesimo tempo la creazione di nuova moneta protesa al finanziamento del deficit sovraespone al cappio delle banche gli stati e i loro popoli sottomettendoli comunque al debito transgenerazionale. Contraddizioni e particolari non di poco conto, forse sfuggiti a Keynes nonostante la sua intuizione, purtroppo incompleta, sul denaro: “i soldi sono l’elemento di congiunzione fra il passato ed il futuro”. La doverosa riflessione sulla qualità della Spesa Pubblica, omessa in toto nel video succitato, spinge a constatare che quella italiana  è notoriamente avvitata su infimi livelli di credibilità, recanti segnali di vistosa inefficienza. Quest’ultima alimenta da tempo immemore curve di costi altissime riconducibili al dispendio di energie economiche prodotto dalla burocrazia e dalla dispersione dell’amministrazione pubblica in tutti i ranghi.  Figuriamoci quanto nocumento possa arrecare un alibi ulteriore alla sommarietà ed all’irresponsabilità dei pianificatori di Spesa Pubblica, fornito a cuor leggero proprio dal mondo accademico. Del resto, gli impatti degli input forniti dalla Spesa Pubblica sul reddito nazionale non sono così fulminei come si potrebbe erroneamente pensare. Gestire la Spesa Pubblica e gli effetti della politica fiscale espansiva non è esattamente come cambiare i canali di un televisore dal telecomando. In definitiva, innalzare un debito pubblico già siderale senza preoccuparsi minimamente degli investimenti, della qualità e della produttività degli interventi di Spesa Pubblica significa soltanto fomentare sprechi ed incertezza. E non è affatto detto che gli interventi di politica fiscale (aumento di G) diano gli effetti sperati in tempi brevi o prevedibili. A tal proposito, lo stesso Keynes affermava che “nel lungo periodo saremo tutti morti”, una proposizione troppo restrittivamente espressa dalle sfere accademiche. Vale a dire che, stando ad una reinterpretazione più oculata, attuale e realistica dei meccanismi di aggiustamento economico articolati nel lungo periodo, non esiste alcuna certezza razionalmente preconizzabile e neppure la sicurezza del buon esito delle stesse politiche fiscali. Anzi, le ricette keynesiane utilizzate negli USA hanno condotto nel 2008 ad un debito fuori bilancio di oltre 67mila miliardi di dollari, più della stima del PIL mondiale computata intorno ai 50 mila miliardi di dollari. In quel periodo l’eccesso di debito venne nazionalizzato e le banche pensarono bene di ampliare i loro profitti e quelli dei propri managers attraverso la nota concessione dei mutui subprime destinati agli acquirenti di case, senza andare troppo per il sottile in materia di solvibilità. Gli stessi mutui furono convertiti in obbligazioni rivelatesi ben presto prive di copertura e causa di considerevoli ammanchi. Questi ultimi  vennero successivamente finanziati dallo Stato mediante l’immissione massiva di nuova moneta in circolazione. I risultati di queste complesse implicazioni innescate dal debito sorto dall’espansione della Spesa furono la creazione di  debito cumulato ulteriore, la tragedia della crisi economica diffusa oltre i confini americani ed il credit crunch (il crollo del credito interbancario per deficit di fiducia).

La panacea dorata indicata da Keynes e tanto sbandierata durante i corsi universitari di “economia e politica” non si è rivelata neppure in Europa. Nel Vecchio Continente, infatti, il debito derivante dalla Spesa viene finanziato da tempo con l’erosione usurante e predatoria dei risparmi (Saving) per mezzo di tassi di interesse nulli o negativi: un’espropriazione legittimata di denaro da parte di imprese, stati ed istituzioni bancarie.

 Per quanto chiarito sinora, sdoganare acriticamente certe affermazioni prossime all’ortodossia Keynesiana e a quella politicante si configura come un maldestro tentativo di forgiare disinformazioni e reprimende eccezioni protese a giustificare in qualche modo lo sperpero del denaro pubblico. Un concetto chiaro anche all’economista americano Niskanen, al quale non sfuggì che lo spreco di risorse pubbliche detiene spesso la funzione di supportare ed ampliare il prestigio di amministratori, burocrati e governanti, la cui fisionomia empiricamente più autentica è quella dei cacciatori di rendite (“rent seekers”, teoria della Nuova Politica Economica). Difficile, se non impossibile concludere, perciò, che la “Verità sulla Spesa Pubblica” sia proprio quella Keynesiana. Una “verità” adattata tra l’altro ai precisi indirizzi politici delle cattedre federiciane adorne di fragorose pubblicazioni e sbavata albagia.  Non esiste, pertanto, una sola “verità sulla Spesa Pubblica” ma, piuttosto, sfaccettature concettuali consistenti, coesistenti, degne di nota e spunti di riflessione. Non si può escludere che talvolta, in alcuni settori, il libero funzionamento del mercato venga demonizzato per il suo intrinseco potere di annullare totalmente o parzialmente le rendite di posizione conseguite proprio attraverso l’ipertrofia dell’intervento statale nell’’economia. L’unica “verità” deducibile dagli studenti refrattari ai condizionamenti risiede nelle tentazioni del dubbio, autentici e rutilanti avamposti della Conoscenza. L’Economia Politica è figlia del dibattito facondo e leale, non certo di ostentazioni guitte e sbracate di sinistroidi nevrotici e pacchiani sofisti.